
Cosa ci raccontano le formiche sulla biodiversità della foresta?
Nella Riserva Biogenetica di Campigna, nel Parco Nazionale delle Foreste Casentinesi, una popolazione di circa 600-700 nidi di Formica paralugubris è al centro di un progetto di ricerca che coinvolge l’Università di Firenze, i Carabinieri del Reparto Biodiversità di Pratovecchio e l’Ente Parco.
Questa specie di formica rossa non è autoctona dell’Appennino: originaria delle Alpi, fu introdotta nelle abetine del Parco tra la fine degli anni Cinquanta e i primi anni Sessanta come strumento di lotta biologica contro gli insetti dannosi per i boschi, principalmente nelle abetine di Campigna e Camaldoli, ovvero boschi di conifere di impianto artificiale.
Il suo è un ruolo ecologico complesso, trattandosi di una specie esotica. Predatrice molto efficiente, fu scelta per controllare gli insetti fitofagi e defoliatori delle conifere, ma si nutre anche di enormi quantità di altri artropodi, riducendo così la diversità delle comunità animali del bosco in cui vive. Allo stesso tempo, ogni nido ospita numerosi organismi associati alle formiche e attira gli uccelli, tra cui i picchi, che se ne nutrono e le sfruttano per l’anting, il “bagno di formiche”, un modo per ripulirsi dai parassiti. Attraverso fototrappole e registratori, i ricercatori documentano queste relazioni senza disturbare le colonie.
C’è inoltre un aspetto che rende queste colonie preziose: le formiche rosse dei boschi stanno diminuendo in gran parte d’Europa, soprattutto a causa dell’alterazione degli habitat e dei cambiamenti climatici. Per questo, insieme all’Università di Bologna, si studia il genoma delle popolazioni appenniniche, per capire se possano diventare una riserva genetica utile a ripopolare un giorno le Alpi.
Una ricerca che aiuta a comprendere quanto siano articolati gli equilibri ecologici della foresta e quanto sia importante studiare le relazioni tra le specie, anche quando il loro impatto sull’ambiente è complesso.












